
C'è un detto, "non esiste una cosa come un pasto gratis", che di questi tempi dovrebbe risuonare nelle orecchie dei cittadini miresi: è di questi giorni, infatti, che il contenuto di un'interrogazione dei consiglieri di Forza Italia è diventato di pubblico dominio, in riferimento ad una serie di pasti consumati negli ultimi mesi presso la SERIMI da parte della giunta attraverso una sorta di
fidelity-card, ossia senza immediata corresponsione di denaro, scatenando una querelle tuttora in corso (rassegna stampa,
qui). Il sindaco ha già provveduto, in proposito, sia a rispondere all'interrogazione (il carteggio è disponibile
qui) sia ad emettere un vigoroso comunicato stampa (si può leggere
qui), in cui ribadisce che il proprio intento era quello di chiedere alla Serimi (una società, è bene precisarlo, mista a partecipazione pubblica – il Comune di Mira, appunto – e privata - CAMST) una convenzione a prezzo scontato per tutti gli amministratori comunali, non già una tessera per consumo gratuito di pasti (precisazione che, se non ho letto o capito male, solamente ora è resa pubblica, dopo che ca. un migliaio di euro in pasti, tra marzo e settembre è stato consumato, da parte di alcuni membri della giunta).
Vorrei qui, brevemente, esprimere il mio parere in proposito, proprio richiamando fin da subito il detto anglosassone
there ain't no such thing as a free lunch, che ha dato il titolo all'importante libro del premio nobel Friedman sulle politiche pubbliche da cui ho tratto l'immagine illustrativa del post: "non si può ottenere qualcosa in cambio di niente. In economia il concetto è conosciuto come "costo opportunità". Anche se una cosa sembra essere gratuita, c'è sempre un costo. È possibile mangiar gratis (...) durante una promozione, ma il padrone (...) si assicurerà di riuscire a recuperare il costo del cibo con altri mezzi. (...) Anche se non ci fosse un costo individuale o privato, ci sarebbe un
costo sociale" (così, divulgativamente, Wikipedia alla voce
TANSTAAFL).
Insomma: in tempi di giustificata insofferenza verso la
casta politica e i suoi costi, a mio parere i nostri amministratori dovrebbero rendersi conto che lo stesso chiedere “condizioni speciali” per un pasto, quando, a scuola, per ottenere un'agevolazione o l’esenzione sul buono mensa (costo: 3,10 euro scuola d'infanzia / 3,30 le altre) una famiglia dev'essere quasi sulla soglia della povertà (rispettivamente: sotto i 10.632,94 euro/anno e 3.500 euro/anno), è di per se un errore, tanto più da parte di un'amministrazione di centrosinistra, soprattutto quando la società di ristorazione è a partecipazione comunale, ed il suo presidente è un ex assessore. E tanto più in un frangente in cui il sindaco recentemente comunica, mentre è a Roma a protestare giustamente contro la stretta economica voluta da Tremonti, in un'intervista ripresa a livello nazionale (l'articolo su Repubblica si può leggere
qui) che con tutta probabilità si troverà costretto ad innalzare da 3 a 5 euro il costo del pasto, se le cose non cambieranno ("Dovevano arrivare a giugno due milioni e mezzo di euro da Roma come compensazione per l'Ici e il catasto non rivalutato. Tremonti me ne ha mandati 500mila di meno. Adesso ho la mensa scolastica da pagare, e gli autobus")... E basta leggere, ancora una volta, il Gazzettino per rendersi conto delle difficoltà delle famiglie, per pagare la refezione scolastica (
qui, una mamma di Spinea).
E' ovvio che il cittadino-medio chieda alla propria classe politica di iniziare dall'alto, a tirare la cinghia: taluni in nome del dare il buon esempio (la "differenza morale" degli ex-comunisti) taluni per demagogia. Del resto, proprio nell'antica Atene, terra dei primi demagoghi (Cleone & Co.) oltre che della prima democrazia, a chi ben meritava nei confronti della patria era effettivamente riservato il pasto gratis: a vita,
nel Pritaneo. Ma per merito, non come sorta di "indennità di funzione": lo si voglia o no, così verrebbe percepito lo sconto...
Come ho detto anche all'ultimo direttivo del PD, mi sembra che l'errore comunicativo sia palese: e il rischio è che, ormai, magari taluni neppure più lo avvertano come tale, perché si danno per scontati taluni privilegi connessi a cariche pubbliche o a rapporti di potere, in un’involontaria mancanza di stile, ancor prima che di sobrietà e rigore...
Tanto più che, ora, come si vede, anche a Mira le opposizioni cavalcano la situazione: con
Scalabrin che sul
Gazzettino addirittura si spinge a dichiarare che "oggi ci si scandalizza per i pasti gratuiti agli assessori, ma gli stessi usufruiscono di altri privilegi, come andare a teatro gratis: e poi dicono che non ci sono sufficienti risorse per l’illuminazione pubblica…", confondendo
del tutto i termini della questione.
Un conto, infatti, sono gli svariati benefit connessi alle cariche della nostra democrazia rappresentativa (da tagliare, tutti: è sufficiente il solo stipendio pubblico, dai senatori in giù, per i nostri politici, a tutti i livelli), un conto sono le occasioni
pubbliche di rappresentanza, in cui all'autorità eletta dai cittadini è riservato un posto di rilievo (ed è bassa demagogia volerle abolire).
La prima fila a teatro è una di queste occasioni: ed anche, appunto, ancora una volta, nell'antica Atene, a teatro esisteva una fila di seggi (la
proedria), quella più vicina all'orchestra, riservata alle magistrature cittadine, perché, attraverso di loro, si onoravano le stesse istituzioni democratiche della città.
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